Il Cigno

LUCIANO VENTRONE

La grande illusione

MART-Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto 9 ottobre 2020 – 14 febbraio 2021

Da un’idea di: Vittorio Sgarbi e Lorenzo Zichichi
A cura di: Victoria Noel-Johnson

Contestuale alla mostra “Caravaggio. Il Contemporaneo”, al MART di Rovereto,
il singolare dialogo sulla natura morta tra il grande Maestro lombardo e l’artista romano definito da Federico Zeri “il Caravaggio del ventesimo secolo”.

L’originale uso di una luce immanente e del colore, nelle opere di Ventrone,
e la mediazione della fotografia, per una pittura “ultra realistica “
e la resa di un “non vero” metafisico .

La grande illusione della straordinaria metamorfosi dell’ordinario .

In mostra anche l’ “Allegoria della Primavera” di Carlo Saraceni e del Maestro di Hartford
un tempo attribuita da Zeri al giovane Caravaggio

Le nature morte iperealistiche di Luciano Ventrone (Roma, 1942), divenuto famoso per il suo virtuosismo e per le stupefacenti riproduzioni in pittura di una realtà che appare più vera del vero, innestano un dialogo indubbiamente stimolante in rapporto con l’opera di Caravaggio, laddove nelle opere di questi e di Ventrone – definito da Federico Zeri “il Caravaggio del ventesimo secolo” – si evidenziano, secondo Victoria Noel-Johnson curatrice della mostra, diversi ma complementari approcci al “non vero”: una percezione sottilmente velata di una realtà superiore, la grande illusione di una “ultra-realtà” in contrapposizione a una falsa impressione”.
Ecco allora che la mostra “Luciano Ventrone. La grande illusione”, ideata da Vittorio Sgarbi e Lorenzo Zichichi e concepita con le sue 18 opere tematiche come un Focus nell’ambito dell’esposizione “Caravaggio. Il contemporaneo” – con cui il Presidente del Mart di Rovereto intende mettere in luce l’assoluta attualità del Maestro lombardo per gli artisti e le società contemporanei – diventa l’occasione più appropriata per indagare questo singolare rapporto.
Una riflessione che si fa ancora più interessante grazie al medium, alla giustapposizione nella mostra ventroniana, dell’Allegoria della Primavera oggi riconosciuta come opera a quattro mani del Maestro di Hartford e di Carlo Saraceni (inizi del XVII secolo), ma negli anni Settanta attribuita dallo stesso Zeri, con un’ipotesi rivoluzionaria, a un giovane Caravaggio.
Se l’identificazione proposta dal grande critico è stata orami abbandonata, rimane immutato il valore della sua teoria, ovvero l’individuazione del momento germinale della natura morta in Italia, in un’epoca e in un contesto vicinissimi a Caravaggio; ed è proprio su questo tema che l’arte di Ventrone è stata chiamata a cimentarsi in questi anni, in relazione al grande artista seicentesco.

Le assonanze e i richiami a Caravaggio non mancano, come il richiamo puramente compositivo e stilistico di talune nature morte esposte al Mart – Solo per caso (2010), Il dono di Bacco (2011) e Strani compagni ( 2012) al “Canestro di frutta” di Caravaggio; ma l’artista mira a bilanciare questi richiami sviluppando – come scrive la curatrice nel catalogo edito da Il Cigno GG Edizioni, Roma – “un tipo di natura morta altamente unico, che vede l’applicazione di luce e colore come fulcro catalitico in grado di convertire gli apparentemente ordinari soggetti della tela in una visione impressionante di “non vero” metafisico”.
Sono dunque le distinzioni nell’approccio di luce e colore tra Ventrone e Caravaggio che vanno segnalate: da un lato l’uso drammatico, teatrale, emotivo dell’illuminazione da parte del Merisi, dall’altro la luce immanente in cui Ventrone immerge i suoi frutti e fiori: un luce che risiede all’interno e irradia verso l’esterno, diventando sostanza integrante di ciò che illumina.
Una luce che secondo la Noel-Johnson esalta il colore, facendo assumere alle sue tonalità proporzioni quasi magnetiche e ipnotiche, trasformando oggetti di uso quotidiano “in elementi soprannaturali”.
“La luce – scrive Vittorio Sgarbi nell’introduzione al catalogo – si mette al servizio dell’oggetto e, attraverso il riflesso, diventa materia, diventa sostanza integrante di ciò che illumina. È la luce immanente, luce che sta dentro le cose, che proviene da esse. È la lucemateria che rimanda alle origini dell’arte italiana prospettica, a Piero della Francesca, ovvero al concetto neoplatonico di luce come emanazione, come contenuto della forma-idea, come fattore strutturale e decisivo della harmonia mundi.”
Una rappresentazione teatrale della realtà quella di Ventrone, che posiziona meticolosamente sulla tela i soggetti naturali assegnandogli un ruolo centrale e non relegato o secondario; “quasi una una performance di natura barocca con un’enfasi drammatica” accentuata anche dalla mediazione della fotografia che nel processo creativo di Ventrone – consentendo di ricercare dettagli non visibili all’occhio umano – rafforza la visione “metafisica”.
“L’artista – suggerisce Sgarbi – sembra cercare un assoluto, una essenza,

Una rappresentazione teatrale della realtà quella di Ventrone, che posiziona meticolosamente sulla tela i soggetti naturali assegnandogli un ruolo centrale e non relegato o secondario; “quasi una una performance di natura barocca con un’enfasi drammatica” accentuata anche dalla mediazione della fotografia che nel processo creativo di Ventrone – consentendo di ricercare dettagli non visibili all’occhio umano – rafforza la visione “metafisica”.
“L’artista – suggerisce Sgarbi – sembra cercare un assoluto, una essenza, una entelechia che, nell’opera, cresce la realtà, non si limita a riprodurla. È di più. Ventrone è il pittore dell’iperbole. E iperboliche, esagerate, barocche appunto, sono le sue opere, piuttosto che iperrealistiche. Una grande illusione” o, per dirla con Victoria Noel-Johnson “la grande illusione della straordinaria metamorfosi dell’ordinario”.

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